L’ultima di Esposito al PalaMaggiò, la magica notte bianconera del Diablo

enzìCapigliatura diversa, segno che gli anni sono passati, anche per lui.
Casacca numero sei, simbolo di una storia che mai passerà, soprattutto per lui.
Scarpette rosse, richiamo inconscio all’Olimpia Milano, che, battuta il 21 maggio 1991, ha spedito lui e gli altri scugnizzi dritti nell’albo degli italiani vincenti.

Applauso, lungo, lunghissimo, prima durante e dopo la gara, attestazione di stima, testimonianza d’amore, riconoscenza infinita per il campione Enzino. Tornato a casa dopo oltre vent’anni, in grado di riallacciarsi semplicemente le scarpe, uscire dal tunnel, giocare, segnare, esultare. Tutto come un tempo, tutto come se nulla, nel mezzo, fosse accaduto. La mente ritorna indietro e si ferma, nostalgicamente ancorata all’era in cui la proprietà rispondeva ad un solo cognome. Maggiò, l’uomo, il presidente, il cavaliere a cui è intitolato, non a caso, il premio assegnato per il torneo Città di Caserta. Enzino l’ha vinto, per qualche minuto da giocatore, principalmente da allenatore. Vice allenatore, al fianco di Lele Molin, insieme con Giacomo Baioni. Il suo presente, un presente che lo costringe a ripetere numeri da fuoriclasse, solo per una passerella, dovuta, voluta, dalla nuova dirigenza, dai nuovi cognomi illustri: Iavazzi, Barbagallo.

E allora eccolo lì, come se niente fosse, nel suo palazzetto, sul suo parquet, riscaldarsi insieme a capitan Mordente, insieme a quegli americani che lui stesso ha consigliato al giemme Atripaldi, insieme a quei ragazzini del settore giovanile che grazie a lui potranno crescere. Proprio come lui, in maglia bianconera. Lo speaker Mercogliano lo chiama. Una volta in più, ma stavolta per l’ultima volta. Con il numero sei..
Lui con una mano dà il cinque ai suoi ragazzi, con l’altra si fa accompagnare in campo dal figlio più piccolo del presidente Barbagallo. E’ una serata speciale, in cui storia ed attualità si mescolano, con la consapevolezza che sia magicamente unica, questa serata.

E allora eccolo lì, quel pizzico di tristezza che spunta nel cuore di chi lo conosce perché l’ha vissuto tra quelle mura, di chi ha imparato a conoscerlo perché lo ha rivisto in videocassetta. Un briciolo di malinconia perché non ce ne sarà un’altra di occasione come questa, non ce ne saranno più di partite come questa. Ma non c’è spazio per la nostalgia, è tempo della palla a due. Enzino sorride per stemperare la tensione, poi cambia volto, perché è ora di giocare.
“Grazie Diablo”, glielo scrive la curva Ancilotto. Ancilotto, a proposito di leggenda, a proposito di emozioni.

E poi la gara inizia. La palla a due è bianconera e si va subito nella metà campo preferita da Enzino, che parte, blocca, gira, scatta, cambia direzione. Riceve palla, scarica e riparte. E’ tutto molto semplice, è tutta pallacanestro. Medita, Enzino medita mentre Young si butta dentro, aspetta il suo momento, che sta per arrivare. Fa i complimenti al compagno e torna in difesa, anche se non vorrebbe. Segue l’avversario, non lo fa per Tanjevic, non lo fa per Marcelletti, lo fa per Lele Molin. Lo fa per la sua gente, lo fa per se stesso. Ma non basta, Hayes lo batte sul primo passo e va a canestro. Lui non ci sta, lo si capisce dallo sguardo. Ma Enzino attende ancora, quella giocata magica che non può non esserci, quel canestro che deve coronare la serata, la sua serata. Enzino potrebbe tirare, ma preferisce l’assist in no-look che termina in rimessa laterale. Pazienza, ancora un po’ di pazienza.. e poi.. Indice all’insù, occhiata a Iavazzi, come a dire: “Eccomi qui”. El Diablo, con la tripla. Quello che doveva accadere è accaduto. Si torna a difendere, stavolta col sorriso, senza più ansia né timore. Enzino parla con Howell, da vero leader. Cambia poco, forse cambia tutto. Ma Enzino è ancora lì a dettar legge. Chiama palla, vorrebbe sparare ancora da tre, il passaggio non arriva, ma la tripla sarebbe entrata. Dall’altra parte bisogna bloccare Hayes e stavolta Enzino lo fa, il numero cinque sbaglia. Palla a Young, troppo largo il passaggio, Enzino consola il compagno: “My mistake”. Young si rifà con l’azione da tre punti, lui lo incita come faceva con Sandro, con Nando, con Charles. I minuti scorrono veloci, è tutto molto bello, è tutto come doveva essere. E’ la sua serata e sta per finire, ma Enzino è felice, parla con Molin, poi spiega a Baioni che probabilmente, con qualche anno in meno, sarebbe stata un’altra storia. La difesa funziona ancora, lui dall’altra parte si ferma sull’arco dei 6,75 metri, spera, chiama, invoca una palla che non arriva, un’altra tripla che, comunque, sarebbe entrata, anche stavolta. Enzino si butta a terra per recuperare un pallone e mandare in contropiede uno straripante Young. Applausi a scena aperta, time-out chiamato dalla panchina di Cremona e allora, per Enzino, è tempo di sedersi in panchina. Parla con Mordente e Tommasini, poi torna in campo per gli ultimi cinque minuti di gara. Giusto il tempo per un palleggio da playmaker consumato, assist senza guardare per Frank Gaines, che non può far altro che andare a bersaglio. Enzino ha ancora benzina in corpo, si butta dentro e subisce il fallo. Dalla lunetta è uno su due, lui, con quattro punti a referto, può godersi la standing ovation. Le mani vanno da sé, applausi e ancora applausi, Enzino deve tornare al centro del campo perché la scena è sua. Cremona si unisce alla celebrazione del campione. Del fenomeno casertano. Del primo giocatore italiano ad aver segnato in Nba. Di uno che a 45 anni potrebbe ancora dimostrare la pallacanestro a chiunque.

ENZINO-CAM, IL VIDEO REALIZZATO DA CASERTASPORTV